PFAS nei cosmetici: cosa sono, come riconoscerli e cosa dice la legge
Da qualche anno i PFAS sono entrati stabilmente nel dibattito pubblico: dall’acqua potabile alle pentole antiaderenti, fino ai cosmetici. Vengono chiamati «inquinanti eterni» perché in natura non si degradano, e questo basta a generare allarme. Nei cosmetici, però, la fotografia reale è più sfumata di quanto i titoli lascino intendere: sono ingredienti usati poco, presenti soprattutto in alcune categorie di make-up e sempre più spesso messi al bando.
In questa guida vediamo cosa sono i PFAS, perché sono finiti in alcuni cosmetici, in quali prodotti si trovano davvero, come riconoscerli leggendo l’INCI e cosa prevede la normativa aggiornata al 2026. Senza allarmismi, ma anche senza minimizzare.
Cosa sono i PFAS
PFAS è l’acronimo di «sostanze per- e polifluoroalchiliche», una famiglia molto ampia di composti di sintesi: si stima comprenda tra le 5.000 e oltre 10.000 molecole diverse. Il loro tratto comune è il legame tra carbonio e fluoro, uno dei più stabili della chimica organica. Sono nati negli anni Quaranta (il Teflon è del 1938) e si sono diffusi perché hanno una proprietà rara: respingono allo stesso tempo l’acqua e i grassi, resistono al calore e all’attrito.
È proprio questa stabilità a renderli problematici. Una volta dispersi nell’ambiente non si degradano, si spostano facilmente nell’acqua e tendono ad accumularsi negli organismi viventi, uomo compreso. Da qui il soprannome di «forever chemicals», le sostanze chimiche eterne. Si trovano un po’ ovunque: tessuti tecnici, imballaggi alimentari, schiume antincendio, padelle antiaderenti e, in misura molto minore, alcuni cosmetici.
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Le stesse proprietà che li rendono utili nell’industria spiegano la loro presenza in cosmetica. Essendo insieme idrofobici e lipofobici, i PFAS formano pellicole sottili e uniformi che resistono all’acqua e al sebo. In un cosmetico questo si traduce in tenuta a lunga durata, resistenza all’acqua e al sudore, scorrevolezza nell’applicazione e un finish liscio e omogeneo.
Vengono impiegati soprattutto come agenti filmogeni, per la resistenza all’acqua (waterproof) e per migliorare la stesura e la sensorialità del prodotto. Sono però le stesse funzioni che oggi vengono coperte da alternative più sicure, motivo per cui il loro uso è in netto calo.
In quali cosmetici si trovano i PFAS
I PFAS non sono diffusi in tutta la cosmetica: si concentrano dove serve resistenza all’acqua e lunga tenuta, cioè soprattutto nel make-up. Le analisi indipendenti lo confermano. Uno studio nordamericano del 2021 su 231 prodotti ha rilevato alti livelli di fluoro, un indicatore di PFAS, soprattutto nei mascara waterproof, nei fondotinta a lunga durata e nei rossetti liquidi [1].
Sul mercato europeo, dove la regolamentazione è più severa, la presenza è nettamente inferiore: un’analisi del 2024 su 765 cosmetici li ha trovati solo in una piccola quota di prodotti (intorno al 3-4%), concentrata nel make-up e assente in detergenti, creme solari e profumi [3]. In sintesi, le categorie a cui prestare più attenzione sono i fondotinta e le BB cream a lunga tenuta, i mascara e gli eyeliner waterproof, i rossetti e i prodotti labbra di lunga durata, gli ombretti cremosi e gli smalti. Più di rado li si incontra in qualche crema o siero «effetto seta».
| Tipo di prodotto | Probabilità di trovare PFAS |
| Make-up waterproof e a lunga tenuta (fondotinta, mascara, rossetti) | Più frequente |
| Smalti, eyeliner, ombretti cremosi | Possibile |
| Creme e sieri «effetto seta» | Raro |
| Detergenti, struccanti, creme solari, profumi | Non rilevati negli studi |
Come riconoscere i PFAS nell’INCI
Qui sta il punto che molti articoli dimenticano: la parola «PFAS» non comparirà mai in etichetta. Per individuarli bisogna leggere l’INCI, l’elenco ingredienti obbligatorio, e riconoscere alcuni nomi. La regola pratica più semplice è cercare le radici fluoro-, perfluoro-, polyfluoro- e trifluoro-, oltre alla sigla PTFE (politetrafluoroetilene, lo stesso del Teflon).
La Food and Drug Administration statunitense ha pubblicato un elenco di circa 35 PFAS usati come ingredienti cosmetici [9]. Tra i nomi che si incontrano più spesso ci sono:
- PTFE (Polytetrafluoroethylene) e il Teflon;
- Perfluorononyl Dimethicone e Perfluorooctyl Triethoxysilane;
- Perfluorodecalin, Perfluorohexane, Perfluoroperhydrophenanthrene;
- Polyperfluoromethylisopropyl Ether, Methyl Perfluorobutyl Ether, Methyl Perfluoroisobutyl Ether;
- C9-15 Fluoroalcohol Phosphate e Ammonium C6-16 Perfluoroalkylethyl Phosphate;
- Acrylates/Perfluorohexylethyl Methacrylate Copolymer.
Dato che sono nomi impossibili da memorizzare, possono aiutare le app che analizzano l’INCI (come Yuka o INCI Beauty), che segnalano i prodotti a rischio. Un’altra scorciatoia affidabile sono le certificazioni di cosmesi naturale e biologica — COSMOS, Ecocert, Cosmébio — che escludono i PFAS e i derivati petrolchimici dai loro disciplinari. Attenzione però: una dicitura «senza PFAS» sul fronte della confezione ha valore solo se è supportata da analisi sul prodotto finito, come vediamo più avanti.
I PFAS nei cosmetici sono cancerogeni?
È la domanda che preoccupa di più, e merita una risposta precisa: non tutti i PFAS sono uguali. Nel novembre 2023 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC, parte dell’OMS) ha classificato il PFOA come cancerogeno per l’uomo (Gruppo 1) e il PFOS come possibile cancerogeno (Gruppo 2B) [4]. Sono due tra i PFAS più studiati e, non a caso, già vietati.
Vanno però chiarite due cose. La prima: la classificazione IARC indica la pericolosità di una sostanza, non il livello di rischio alle quantità con cui la si incontra ogni giorno. La seconda, più importante per i cosmetici: l’esposizione principale ai PFAS avviene attraverso il cibo e l’acqua, non attraverso le creme [5]. I cosmetici restano una fonte minore.
Detto questo, non sono una fonte trascurabile a priori. Sono prodotti che si applicano sulla pelle, spesso ogni giorno e a volte vicino a occhi e bocca, ed esistono evidenze di un certo assorbimento cutaneo dei PFAS contenuti nei cosmetici [2], che può sommarsi al carico complessivo dell’organismo. Negli studi tossicologici l’accumulo di PFAS è associato a effetti sul fegato, aumento del colesterolo, alterazioni della tiroide e del sistema immunitario e ripercussioni sulla sfera riproduttiva. È un motivo sufficiente, in ottica di precauzione, per preferire prodotti che ne siano privi.
La normativa sui PFAS nei cosmetici (aggiornata al 2026)
Il quadro regolatorio si sta muovendo in fretta, su più livelli.
A livello europeo, alcuni PFAS sono vietati da tempo: il PFOS è stato messo al bando già nel 2009 e il PFOA nel 2020 attraverso la normativa sugli inquinanti organici persistenti, mentre il Regolamento Cosmetici (CE) 1223/2009 vieta le sostanze elencate nel suo Allegato II [7].
A questi si è aggiunto, con il Regolamento (UE) 2024/2462 del 19 settembre 2024, un nuovo vincolo nell’ambito del REACH: la restrizione sull’acido perfluoroesanoico (PFHxA), i suoi sali e le sostanze correlate, che riguarda esplicitamente anche i prodotti cosmetici, con un limite di 25 ppb [6]. È una misura distinta dalla proposta di restrizione «di gruppo» sull’intera famiglia dei PFAS, avanzata nel 2023 da cinque Paesi e tuttora in valutazione presso l’ECHA.
Sul fronte nazionale, la Francia ha fatto da apripista: una legge approvata nel febbraio 2025 vieta, dal 1° gennaio 2026, la fabbricazione, l’importazione e la vendita di cosmetici contenenti PFAS (insieme a tessili e scioline) [8]. È il calendario più severo d’Europa e un segnale di mercato che difficilmente resterà isolato. In parallelo, dal 2026 entra in vigore in tutta l’UE il monitoraggio dei PFAS nell’acqua potabile.
Per chi produce o vende cosmetici la direzione è chiara: i PFAS sono in uscita, e muoversi in anticipo conviene.
Cosmetici senza PFAS: come riconoscerli (e come produrli)
Per il consumatore, evitare i PFAS è meno complicato di quanto sembri. Tre mosse: leggere l’INCI cercando le radici fluoro-/perfluoro- e il PTFE; diffidare delle promesse «senza» non documentate; e prestare più attenzione al make-up a lunga tenuta che a detergenti o solari. Le certificazioni biologiche e le app per l’INCI sono un valido aiuto.
Vale la pena ricordare che una dicitura come «PFAS free» o «non contiene PFAS» non è una semplice formula di marketing: secondo il Regolamento europeo, ogni claim deve essere veritiero e dimostrabile. Per i PFAS questo significa supportarlo con test analitici sul prodotto finito, perché la loro eventuale presenza può derivare anche da contaminazioni delle materie prime o del packaging, non solo da un uso intenzionale.
È il livello su cui si gioca la differenza per un’azienda. Realizzare cosmetici senza PFAS non vuol dire soltanto non aggiungerli alla formula: richiede di selezionare con cura materie prime, imballaggi e processi produttivi per escludere contaminazioni involontarie, e di verificarlo con analisi di laboratorio sul prodotto finito, ripetute nel tempo per controllarne la stabilità. È esattamente l’approccio di un laboratorio di produzione cosmetici conto terzi specializzato in dermocosmesi: accompagnare il brand dalla scelta degli ingredienti alla documentazione (PIF, notifica CPNP, sostanziazione dei claim), così da portare sul mercato un cosmetico realmente PFAS-free, sicuro e a norma.
Domande frequenti sui PFAS nei cosmetici
In quali prodotti cosmetici si trovano i PFAS?
Soprattutto nel make-up a lunga tenuta e waterproof: fondotinta, mascara, eyeliner, rossetti e prodotti labbra di lunga durata, ombretti cremosi e smalti. Più di rado in qualche crema o siero «effetto seta». Negli studi non sono invece stati rilevati in detergenti, struccanti, creme solari e profumi.
Quali cosmetici non contengono PFAS?
La maggior parte. Sul mercato europeo i PFAS sono presenti solo in una piccola percentuale di prodotti. Detergenti, solari e profumi ne risultano privi e moltissimi marchi hanno già riformulato il make-up in versione PFAS-free. Per esserne certi restano l’INCI, le certificazioni e i test del produttore.
Come si riconoscono i PFAS in etichetta?
La parola «PFAS» non c’è mai. Bisogna leggere l’INCI e cercare i nomi che contengono fluoro-, perfluoro-, polyfluoro- o trifluoro-, oltre alla sigla PTFE (Polytetrafluoroethylene) e al Teflon. Qualche esempio: Perfluorononyl Dimethicone, Perfluorodecalin, C9-15 Fluoroalcohol Phosphate.
Come capire se un cosmetico contiene PFAS senza essere esperti?
Le app che analizzano l’INCI, come Yuka o INCI Beauty, segnalano i prodotti a rischio. In alternativa si possono scegliere cosmetici con certificazione biologica (COSMOS, Ecocert, Cosmébio) o con una dichiarazione «senza PFAS» supportata da test sul prodotto finito.
I PFAS nei cosmetici sono cancerogeni?
Alcuni PFAS sì: lo IARC ha classificato il PFOA come cancerogeno (Gruppo 1) e il PFOS come possibile cancerogeno (Gruppo 2B). Sono però già vietati, e la principale via di esposizione resta il cibo e l’acqua, non i cosmetici. La prudenza nello scegliere prodotti senza PFAS resta comunque giustificata.
I PFAS si assorbono attraverso la pelle?
In parte sì. Sono pensati per restare in superficie, ma esistono evidenze di un certo assorbimento cutaneo, soprattutto per i prodotti che si tengono a lungo sulla pelle. È uno dei motivi per cui si preferisce evitarli nei cosmetici leave-on.
Cosa significa «PFAS free»? È una garanzia?
Significa che il prodotto non contiene PFAS, ma il claim ha valore solo se è dimostrato. Poiché i PFAS possono arrivare anche come contaminanti di materie prime o packaging, una dicitura affidabile dovrebbe poggiare su analisi di laboratorio del prodotto finito.
I PFAS sono vietati nei cosmetici?
Alcuni singoli PFAS, come PFOS e PFOA, lo sono già in tutta l’UE, e dal 2024 il REACH limita anche il PFHxA nei cosmetici. La Francia ha vietato tutti i PFAS nei cosmetici dal 1° gennaio 2026, mentre a livello europeo è in discussione una restrizione sull’intera famiglia.
[1] Whitehead H.D. et al., «Fluorinated Compounds in North American Cosmetics», Environmental Science & Technology Letters, 2021;8(7):538–544. doi:10.1021/acs.estlett.1c00240. Alti livelli di fluoro rilevati soprattutto in mascara waterproof, fondotinta a lunga durata e rossetti liquidi.
[2] «Characterization and dermal bioaccessibility of residual- and listed PFAS ingredients in cosmetic products», Environmental Science: Processes & Impacts, 2024. doi:10.1039/d3em00461a. Evidenze sull’assorbimento cutaneo dei PFAS dai cosmetici e sull’ambiguità di alcuni nomi INCI.
[3] Couteau C., Brunet C., Clarke R., Coiffard L., “Per- and polyfluoroalkyls used as cosmetic ingredients: qualitative study of 765 cosmetic products“, Food and Chemical Toxicology, 2024 (PMID 38582342). Analisi su 765 cosmetici del mercato europeo: PFAS presenti solo in una piccola quota di prodotti, concentrati nel make-up e assenti in detergenti, solari e profumi.
[4] IARC (OMS), Monografie Vol. 135, novembre 2023. Il PFOA è classificato come cancerogeno per l’uomo (Gruppo 1) e il PFOS come possibile cancerogeno (Gruppo 2B).
[5] EFSA, parere scientifico del 2020 sui PFAS negli alimenti: definita una dose settimanale tollerabile per la somma di PFOS, PFOA, PFNA e PFHxS; gli alimenti sono la principale via di esposizione.
[6] Regolamento (UE) 2024/2462 del 19 settembre 2024, che modifica l’Allegato XVII del REACH: restrizione su PFHxA, suoi sali e sostanze correlate, applicabile anche ai prodotti cosmetici (limite 25 ppb).
[7] Regolamento (CE) 1223/2009 sui prodotti cosmetici: divieto delle sostanze elencate nell’Allegato II e obbligo di claim veritieri e dimostrabili (Reg. UE 655/2013).
[8] Francia, legge «anti-PFAS» approvata nel febbraio 2025: divieto di fabbricazione, importazione e vendita di cosmetici contenenti PFAS dal 1° gennaio 2026.
[9] U.S. Food and Drug Administration (FDA), elenco dei PFAS utilizzati come ingredienti cosmetici.
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